“1938: quando scoprimmo di non essere più italiani”

di Adele Materazzo

“1938: quando scoprimmo di non essere più italiani” è il film documentario di Pietro Suber che sarà proiettato oggi 15 ottobre,  in preapertura della 13° Festa del Cinema di Roma.

A 80 anni dalla promulgazione delle leggi razziali, il documentario racconta il periodo che va dal 38 alla deportazione degli Ebrei italiani dal 43 al 45. Ma lo fa con un taglio speciale. A descrivere i fatti e il clima di quel periodo sono sia i protagonisti sopravvissuti, ormai molto anziani, sia gente comune, testimoni che non presero una posizione, sia anche i persecutori.

Questa varietà di punti di osservazione della realtà si ricompone nel film, grazie anche a un bellissimo montaggio, in un mosaico di sentimenti e di percezioni: il distacco o il cinismo di chi aveva aderito al Fascismo, l’illusione e la delusione di chi era convinto del fatto che Mussolini non avrebbe aderito alle leggi razziali, il disgusto di chi trovava inaccettabile qualsiasi forma di razzismo, la sfida di chi provava a reagire e a lottare per salvarsi, l’indifferenza di molti.

I sopravvissuti, ebrei italiani a tutti gli effetti, raccontano la loro progressiva emarginazione da parte dei compagni di classe e degli insegnanti, fino alla esclusione dalle scuole. Parlano della esclusione dalle professioni di medico, ingegnere, farmacista, parlano dei divieti di sposare una persona di razza ariana.

Non sapevano più cosa fossero e perché venivano trattati da esseri inferiori, perché erano oggetto di dileggio da parte di tanta gente. È ancora presente e devastante nelle loro vite di persone anziane il marchio indelebile di quell’ accanimento. Ma se dal 38 al 43 gli ebrei furono perseguitati nei loro diritti, dopo il 43 furono perseguitati anche nelle loro vite.
Il documentario è straordinariamente ben fatto: la composizione delle storie, la scelta delle immagini di repertorio e dei documenti, il montaggio e le musiche concorrono a polarizzare l’attenzione e a far scaturire la riflessione.

Colpisce la storia della famiglia Ovada, una famiglia di ebrei fascisti che fu quasi completamente sterminata sul lago Maggiore. Sono i discendenti a parlarne mentre scorrono immagini private che ritraggono gli Ovada nella loro vita privata, in momenti di gioco e di serenità, non consapevoli del futuro al quale andavano incontro.

Ci si accorge del fatto che il regime fascista non aveva dato in un primo momento l’impressione di voler seguire Hitler sulla strada della persecuzione razziale.

Colpisce anche la storia del “Moretto”, un giovane ebreo del Ghetto di Roma, che lottò contro l’ingiustizia del regime, ingaggiando una sfida quasi scoperta con i persecutori. Colpisce il distacco di un italiano, figlio di un fascista accusato di aver denunciato una famiglia di Ebrei.

Colpiscono, e tanto, le riflessioni, gli atteggiamenti e i comportamenti delle frange neofasciste che in Italia aderiscono alle stesse assurde ideologie. Le immagini di attuali adunanze neofasciste comparate con le immagini di repertorio delle folle, inquadrate ed entusiaste, che facevano il saluto fascista al duce, impressionano per la agghiacciante somiglianza. E preoccupano. Il rischio è che i gruppi neofascisti crescano sempre di più nella indifferenza della gente.

Il film è bellissimo e incisivo: ti lascia dentro una grande compassione per gli Ebrei sopravvissuti che, ormai anziani, si sentono ancora schiacciati dal dolore di quella terribile esperienza. Ma poi riesce anche a far capire che l’odio razziale non è ancora finito, anzi cresce e si manifesta in modi orribili e multiformi.

Proprio per questo il documentario vuole ricordare uno dei momenti più atroci della storia del 900, perché la memoria collettiva di questi fatti non si esaurisca con la scomparsa dei testimoni e si consegni ai giovani il ricordo di quell’ orrore, insieme alla consapevolezza di dover lottare per contrastare qualsiasi forma di razzismo.

Adele Materazzo