“Roads of Arabia” alle Terme di Diocleziano fino al 1° marzo 2020

di Gianfranco Cella

Da dove partire per descrivere una mostra particolare ed unica nel suo genere come Roads of Arabia? Forse un efficace punto di partenza potrebbe essere quello di cominciare dalle origini e quindi fare riferimento al contesto storico e territoriale che ne ha ispirato la progettazione e che l’ha poi l’ha fatta viaggiare in tutto il mondo facendole percorrere grandi distanze come mostra itinerante.

 

Quindi iniziamo: sappiamo tutti che il Regno dell’Arabia Saudita è la culla della civiltà araba e dell’Islam: una sorta di ponte per facilitare le relazioni culturali dei continenti coinvolti.  Sì culturali perché la cultura era un altro elemento trainante come interfaccia di popoli diversi, le cui tracce restano visibili anche oggi a testimoniare.

 

 

 

 

Tracce che ora e da sempre forniscono una testimonianza viva dell’importanza del Regno dell’Arabia alla storia culturale attraverso i millenni. Ma andando oltre e di più, qui giocavano un ruolo fondamentale le vie commerciali per i traffici che le caratterizzavano, non ultimo dei quali il commercio dell’incenso: tutte strade che percorrevano, da tempi immemorabili, l’Arabia meridionale. E l’incenso diventa il filo conduttore che lega la mostra ai manufatti esposti, insomma il fil rouge.

 

La mostra comprende oltre 450 manufatti di origine archeologica o natura culturale che sono stati forniti dalle più importanti collezioni dei musei arabi. In buona parte, sono stati recuperati nel corso di ricerche e scavi condotti negli ultimi quaranta anni in aree diverse dell’Arabia Saudita. Anche in questo caso si tratta di reperti che testimoniano l’enorme ricchezza che riserva alla civiltà e alla cultura il territorio del Regno.

 


 

La maggior enfasi che la mostra attribuisce è quella riferita al materiale ritrovato durante gli scavi che riguardano la preistoria (epoca iniziale quando cominciarono i primi piccoli insediamenti stabili che, poi in parte, diventeranno urbani) ed il periodo antico fino al V/IV secolo a. C.

 

 

Se si vuole tracciare un percorso, molto sintetico, della mostra, quasi fossero, sezioni (ma è una definizione impropria) si parte dalla Preistoria, poi si passa all’Isola di Tarut, la civiltà Dilmun e Gerrha. Poi il sito archeologico di Tayma, uno dei principali della regione ed uno dei primissimi insediamenti stabili che risale addirittura al quinto millennio a. C.

 

 

Importantissimo perché era situato lungo la leggendaria via dell’incenso leggendaria che faceva da ponte tra Arabia meridionale, Siria, Mesopotamia a nord, Egitto ed il Mediterraneo a est. E per questo Tayma divenne ricca ed importante. Quindi Al-‘Ula, anticamente chiamata Dedan, che era una stazione di posta. Questa sezione si chiude con Qaryat Al-Faw che era una delle più ricche città lungo la via carovaniera antica.

 

Segue La Mecca ed il pellegrinaggio e chiude Lo Stato Saudita. Il tutto a voler confermare che l’Arabia Saudita, per quanto riguarda le scoperte archeologiche, è uno dei maggiori paesi al mondo. I manufatti sono presentati in teche di vetro dietro divisori trasparenti o sono protetti da zoccoli a gradino che mantengono la distanza di sicurezza richiesta. Informazioni, testi esplicativi sono posizionati in questa “mostra paesaggio” in modo da stabilire diverse profondità ed offrire diversi livelli di informazione.

 

Purtroppo l’illuminazione, forse con l’intento di sottolineare la materialità degli oggetti, non individua a sufficienza i cartigli che portano i testi del reperto esposto e la sua descrizione in caratteri, così piccoli, da renderli quasi illeggibili. La mostra si è aperta il 28 novembre scorso e sarà aperta fino al 1° marzo 2020, salvo proroghe ed è ospitata nelle Grandi Aule IX, X e XI delle Terme di Diocleziano del Museo Nazionale Romano.

 

 

Gianfranco Cella