Il PINOCCHIO di Matteo Garrone

di Antonella D’Ambrosio

Matteo Garrone dichiara da subito le sue intenzioni: da quando era piccolo è attratto dal Pinocchio di Collodi e voleva dedicargli una sua opera, rifacendosi ai disegni originali di Enrico Mazzanti, il primo illustratore che lavorò a gomito con Carlo Lorenzini (vero nome del famoso autore, conosciuto con lo psedonimo del paese natale della madre) alla prima edizione in volume de Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino, pubblicato nel 1883.

Questa sua intenzione è visibilissima in alcuni personaggi, come per esempio il Mangiafuoco al quale dà vita un magnifico Gigi Proietti. Perfino i gufi dottori sono molto somiglianti all’originale illustrazione in bianco e nero: del resto, ricorda il regista, la storia di Pinocchio è una storia costellata di animali.

In questa cura degli straordinari trucchi di Mark Coulier e dei costumi de “L’archeologo della moda” Massimo Cantini Parrini,  l’unico costumista italiano ad aver vinto tre David di Donatello consecutivi (2016-2018), c’è tutta la poesia e l’interesse per questo nuovo Pinocchio.

 

Anche l’apparizione iniziale della Fata Turchina, dalla finestra posta in alto, quasi una edicola di Madonnina, è somigliante alla tavola del Mazzanti: “Qui sono tutti morti” si esprime la fata bambina a voler evocare il mondo dell’aldilà. Non è propriamente Turchina questa fata, però, quasi svanisce in un grigio polvere. Nonostante la grande dolcezza espressa da Marine Vatcth, resta una figura smorta, alla quale forse si vuol dare un rilievo minore, nonostante sia il deus ex machina, che a Geppetto. Inoltre quasi tutte le volte che compare la Fatina o la Fata, figure salvifiche femminili avvilite, è in compagnia della eccezionale Lumaca (Maria Pia Timo) sulla quale punteranno gli occhi di tutti gli spettatori.

L’artefice del burattino, il falegname ideatore, viene ad assumere un grande valore, data anche l’interpretazione, davvero commovente, di Roberto Benigni: omaggio, dunque, alla figura paterna, al suo sapersi prendere cura. Forse addirittura ai padri fondatori, se si volesse dare un’interpretazione che travalica e di cui Matteo Garrone non ha assolutamente fatto cenno a parole. Il regista si è detto, invece, anzi tutto dedito ad un pubblico natalizio: la pellicola esce in sala il 19 in ben 600 copie, aumentate a 670 il 25 stesso.

Che il regista col cast tutto si siano divertiti è evidente anche dalla presenza di uno scatenato Massimo Ceccherini, che oltre ad impersonare la Volpe, insieme ad un irresistibile degno compare Gatto, Rocco Papaleo, è co-sceneggiatore dalla fluida inventiva.

Federico Ielapi, i cui espressivi occhi compaiono sotto lo spesso trucco, necessario a legnificarlo e sopportato ogni volta pazientemente per quasi tre ore, è la concretizzazione del Pinocchio immaginato da Garrone: un bambino non degno di liberarsi finché non impara la fatica manuale e soprattutto la riconoscenza, altro importante tema sottolineato.

Non si può non nominare l’interpretazione di Teco Celio, un Giudice scimpanzé che resterà nella storia, davanti al quale il burattino si professa colpevole e di più colpe, perché solo così sarà prosciolto: non è una istigazione alla sincerità, ma una forte ironia sulle sorti dei colpevoli e degli innocenti.

E’ certo un’opera da non perdere, anche se i cinefili torneranno col pensiero alla ricca e sfaccettata interpretazione, mirabilmente resa, di un testo ben più antico e suggestivo Lo Cunto de li cunti, Il racconto dei racconti – Tale of Tales dello stesso stimato regista.

Antonella D’Ambrosio