“La sonata a Kreutzer” per i Tè letterari al teatro Vittoria

di Adele Materazzo

Quando si pensa alla lettura in pubblico di opere letterarie, si teme sempre di andare incontro a grandi sbadigli. Il format messo in scena dal Vittoria nell’ambito dei Tè letterari, invece, non è affatto noioso. Con questo tipo di approccio Il teatro Vittoria si propone di avvicinare il pubblico a opere che potrebbe non conoscere o aver dimenticato e di guidarlo a ricostruire ed immaginare il mondo creato dagli autori grazie alla lettura evocativa degli attori.

Con “La sonata a Kreutzer”, il gioco riesce facilmente, sia grazie al fatto che siamo di fronte a un’opera molto coinvolgente, un capolavoro della letteratura russa, sia grazie alla presentazione chiara e incisiva da parte del professor Marcello Teodonio e alla trascinante lettura teatrale, fatta da Stefano Messina.

La sonata a Kreutzer è un racconto lungo di Lev Tolstoj, pubblicato nel 1891, dopo la sua “conversione ai Vangeli” e risente molto del suo risveglio religioso che lo portò a criticare la società, divenuta profondamente individualista, priva di valori e sull’orlo dell’abisso. I temi dell’opera sono molto scottanti, perché riguardano la mentalità, la moralità ma soprattutto i moti interiori dell’animo umano che poi danno origine alle scelte comportamentali.

Durante un viaggio in treno, un anonimo narratore assiste alla conversazione di alcuni viaggiatori sull’amore, sul matrimonio e sul divorzio. Si scatena un’accesa discussione intorno all’opinione di un anziano maschilista che critica l’idea del divorzio e ritiene la donna un essere inferiore all’uomo, da mantenere sempre assoggettata al marito. L’opinione viene subito contestata da una donna che si trova nella carrozza ma viene anche presa a spunto da un altro viaggiatore, il protagonista del racconto, Vasja Pozdnyšev, per esprimere le sue paranoiche idee sulle donne.

Rimasto solo con l’anonimo narratore nello scompartimento, Pozdnyšev gli racconterà la sua storia e il suo segreto: ha ucciso sua moglie. Scambiando l’attrazione carnale per amore, ha sposato sua moglie attratto unicamente dalla sua bellezza. La passione li ha soddisfatti nei primi tempi, hanno avuto cinque figli, ma il loro rapporto ad un certo punto è diventato estremamente conflittuale.

In questo racconto, come sottolinea il prof. Teodonio durante l’esposizione introduttiva, Tolstoj fa la particolare scelta compositiva di dichiarare all’inizio quale sarà il finale dell’opera. Il lettore, anziché perdere interesse per la storia, conoscendone già il finale, rimane completamente irretito: Tolstoj riesce a coinvolgerlo nel dramma della gelosia e poi della follia del personaggio.  Pozdnyšev si suggestiona al punto da convincersi che sua moglie si sia innamorata del violinista che lui stesso le ha presentato per darle l’occasione di suonare il piano e concederle, così, un’occasione di svago. Insieme una sera suonano in pubblico la famosa “Sonata a Kreutzer” di Beethoven. In un turbinio di pensieri e musica Pozdnyšev si convince del fatto che sua moglie e il violinista provino un’attrazione reciproca.

L’insopportabile pensiero di un possibile tradimento, lo fa cadere in una spirale di continui e sempre più angoscianti dubbi che nella sua mente si trasformano nella certezza del tradimento, ma poi tornano a essere sospetti infondati e poi ancora certezze, in un climax psicotico che lo distacca sempre più dalla realtà e lo porta a credere reale ciò che è invece il prodotto della sua mente, infarcita di pregiudizi e di irrazionali moti di gelosia. Fino a condurlo al gesto estremo dell’omicidio.

Per noi lettori moderni, i passaggi più belli, ben sottolineati dalla sapiente e appassionante lettura di Stefano Messina, sono i momenti in cui si sviscera il tormento interiore del protagonista: il furore vince sulla ragione e spinge Pozdnyšev a pugnalare e uccidere la moglie. Ma non sarà chiaro, neanche dopo la conclusione del racconto se la donna lo abbia tradito o no. Un vero capolavoro letterario. E anche una buona occasione per “Risvegliare reminiscenze letterarie”, come diceva G.G. Belli e come si augurano al teatro Vittoria.

Adele Materazzo