STAY STYLL: è in sala il fim di Elisa Mishto

di Antonella D’Ambrosio

Dopo qualche giorno su Miocinema, è in sala, distribuito da Istituto Luce-Cinecittà, il film STAY STYLL, già presentato, che di solito è una garanzia, a Alice nella città, la manifestazione cinematografica dedicata ai minorenni.

 

 

 

 

La prima scena, sicuramente accattivante, con la macchina da presa che percorre le gambe nude della protagonista, è resa aggressiva dalla voce fuori campo, della medesima, che dà un senso al titolo del film: aggressività mista a curiosità, non è forse così l’adolescenza ? Il non voler far nulla è il programma di Julie, del resto gli è consentito dall’essere una ricca ereditiera.

La voce fuori campo  che in genere introduce e focalizza, qui destabilizza, visto che proviene da una giovane donna ricoverata per malattia mentale. Il suo cinismo arriva a risolvere i problemi dando fuoco a ciò che detesta, ma infondo più di lei è “immobile” l’infermiera che dovrebbe controllarla. Il film, nello stile aggressivo che tanto piace ai giovani, procede anche al suo interno con una sorta di accelerate e stasi; la catarsi ci sarà grazie al contrasto, arricchente per entrambe, tra le due donne.

Anche dagli ambienti in cui si svolge percepiamo l’opposizione tra la povertà, per esempio della casa, di Agnes, la giovane e ingenua infermiera, che si farà manipolare dalla seducente ricoverata, e i luoghi vissuti da Julie. A fare da contorno, ma Deus ex machina, il muto personaggio di Giuseppe Battiston, impeccabile nel suo parlare con gli occhi. La cinica pianificazione di vita che la pazzerella si è imposta viene scossa dall’aver corroso l’ingente somma a disposizione: e ora che succederà?

 

La regista Elisa Mishto, nata a Reggio Emilia ma residente a Berlino, ha curato anche la sceneggiatura, prendendo spunto da un documentario che ha girato nelle istituzioni psichiatriche e quindi osservando i pazienti che non vogliono fare nulla e neppure prendersi carico di eventuali scelte: “Proprio perché spinti forzatamente verso la periferia delle comunità in cui vivono, sono costretti a vedere il mondo da una prospettiva diversa e cominciano a porsi delle domande: lavorare è un privilegio o un obbligo?

 

 

 

E qual è il nostro valore come esseri umani, se non siamo in grado di fare ma solo di essere? Per la prima volta mi è venuto in mente quanto possa essere doloroso e sconvolgente – ma anche liberatorio e politicamente radicale – l’atto di non fare nulla, in una società ossessionata dal produrre e consumare. Julie e Agnes sono considerate ribelli semplicemente perché si rifiutano di fare qualsiasi cosa, anche se potrebbero avere tutto.  Sono le formiche insolenti che smettono di seguire gli ordini e abbandonano le fila ballando, aspettando ai bordi della strada per vedere cosa succederà”.

 

Da questo punto di vista il film può avere una sua attrattiva di pensiero di fondo, ma i personaggi non hanno una vena intimista e forse proprio per questo saranno apprezzati da un pubblico giovane.

Antonella D’Ambrosio