“La douleur” di Emmanuel Finkiel. In sala dal 17 gennaio

di Antonella D’Ambrosio
L’Attesa, per il tema trattato, avrebbe potuto intitolarsi questo film, che, invece, giustamente mantiene il titolo del romanzo di Marguerite Duras pubblicato nel 1985, ma scritto, come reale diario, nel 1944. Descrive il periodo difficile che trascorse nell’attesa del ritorno del marito Robert Antelme, membro della Resistenza francese e deportato dalla Gestapo. Marguerite instaura una pericolosa relazione con Rabier, uno dei collaboratori locali del Governo di Vichy, e rischia la vita, intraprendendo una lotta disperata pur di liberare Robert.

«Questa donna che attende il ritorno del marito dai campi di concentramento – dichiara il regista Emmanuel Finkiel – faceva eco alla figura di mio padre, una persona che aspettava sempre. Anche quando ebbe la certezza che la vita dei suoi genitori e di suo fratello era finita ad Auschwitz […]

Lessi il libro per la prima volta a 20 anni. Ritornando a questa storia trent’anni più tardi per farne un adattamento cinematografico, ho provato la stessa indicibile commozione che provai alla prima lettura. Lo scopo di questo film è quello di rivivere quell’emozione lungo tutto il dispiegarsi degli eventi …».

Perfettamente riuscito l’intento del regista, anche in alcune figure di contorno che fanno da contraltare all’atteggiamento di Marguerite.
Emmanuel Finkiel ha un modo di girare originale e penetrante, non si resta indifferenti a questo dolore dell’attesa sviscerato, ma si potrebbe anche dire: eviscerato.

Dimostra una grande conoscenza del romanzo da cui è tratto, sembra che lo abbia fatto suo e sa restituirlo, in forma filmica, nella sua profonda essenza. Uno di quei rari casi in cui il cinema, per ambientazioni, magia dell’incredibile recitazione di Mélanie Thierry e alcune sagaci scelte registiche, riesce a dare il “profumo” della letteratura.

Ci si immedesima profondamente in questa spasmodica attesa; si avvertono come pugnalate le lucide frasi dell’amico Dionys che cerca di riportarla alla realtà: “A cosa tieni di più ? A tuo marito o al tuo dolore ?”

Marguerite Duras – Mélanie Thierry è presa spesso di spalle, oppure vediamo attraverso i suoi occhi: le persiane accostate, il vuoto intorno, i rumori del campanello sempre sperato. Gli altri, il contesto, sono spesso sfumati, è messa a fuoco solo lei, solo il suo dolore che, guarda caso in francese è femminile, la douleur. Così prezioso e dolorosamente vero, vivo è reso questo sentimento: non poteva passare inosservato alla stampa francese che lo ha osannato.

Assistiamo a scene in cui la protagonista, in realtà bisognerebbe dire che il personaggio principale è questo sentimento sofferto, si sdoppia, guarda se stessa agire: non succede proprio così a chi vive nella nebbia, sta sotto una cappa, ma continua disperatamente ad agire ?
In sala dal 17 gennaio, lunga vita a quest’opera d’arte, poetico capolavoro di raffinata descrizione di emozioni.

Antonella D’Ambrosio